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Antonio Tartaro, cento anni di papà !

Cosa accadde il 29 gennaio?  In quel giorno del 1996, un incendio distrugge la Fenice di Venezia 1933, nel 1951 ha inizio il Primo Festival di Sanremo, nel 1933 Adolf Hitler è nominato cancelliere tedesco ma, per quel che mi riguarda, il 29 gennaio 1921 nasce mio padre Antonio.

Un secolo da quel giorno, forse oggi papà non potrebbe essere più con noi ma voglio ricordarlo come si fa con i “grandi” perché, per ogni figlio, un genitore è sempre un “grande”, una persona speciale, insuperabile, invincibile, in grado di risolvere ogni problema tranne uno, il giorno che ti lascia!

Papà era nato a Trapani il 29 gennaio 1921, in quell’ anno, si ebbero le prime trasmissioni radiofoniche italiane, si corse a Montichiari (non a Monza) il primo gran premio automobilistico d’ Italia, Cocò Chanel presentò il celebre Chanel n.5 e la salma del Milite Ignoto venne tumulata all’ Altare della Patria. Erano anni difficili, di crisi e difficoltà legate alla Prima guerra mondiale e mentre in Germania, un tal Hitler di nome Adolf, diventava Presidente del Partito Nazionalsocialista, in Italia cominciava ad affermarsi Mussolini, proprio lui, quello che avrebbe fatto cose buone (come le leggi razziali o la guerra per citarne appena due) mentre a Livorno nasceva il Partito Comunista Italiano.

In una casa di Trapani, pare in via Biscottai, nacque un bimbo dai capelli ricci biondi e dagli occhi azzurri. Era il primo dei quattro figli di Maria Costantino e Salvatore Tartaro. Non so esattamente in quale casa nacque perché allora di soldi ne giravano pochi e le case si cambiavano con facilità anche perché…non avevi molto da traslocare. Nonno Salvatore era il primo spedizioniere marittimo di Trapani, nonna Maria ovviamente casalinga. Purtroppo, mio padre conobbe poco il suo genitore. Il nonno scomparve nel 1929 quando aveva da poco 8 anni. Papà ricordava qualcosa, quella volta che lo tenne in braccio ma soprattutto i capelli rossi, dei quali la mia Anna porta tracce nella sua riccia chioma. E quella chioma rossa del nonno la vidi nel 2009 quando papà ci lasciò e per sua espressa volontà venne tumulato nella cappella di famiglia insieme al padre. Si tolse la cassa del nonno per collocarli insieme nel lungo sonno e apparve lo scheletro di nonno Salvatore, proprio con quei capelli rossi che papà ricordava.

Lo chiamavano Totò malgrado in Sicilia con quel nome si vezzeggi Salvatore. La nostra famiglia ha origini campane e nella splendida regione del nostro meridione, sono gli Antonio ad esser Totò. Dopo di lui nacque l’anno dopo Natale, il piccolo Giuseppe che morì a sei mesi e Leonarda.

Non fu facile la loro infanzia, così come non lo fu per tanti in quel mondo si allora. Si era appena usciti dalla Grande Guerra e dalla pandemia di spagnola ma grazie all’ intraprendenza della famiglia di nonna Maria, soprattutto della sorella Giacomina ( a calafurniara, la cui tabaccheria era conosciuta per esser stata l’unica che non chiuse mai durante la Seconda guerra mondiale ) si riuscì a far studiare i tre ragazzi e consegnar loro un futuro .

 Come tutti i giovani del ’21 (come mio zio materno Emanuele Giuseppe Castellana, detto Beppino) anche papà andò subito a servire la patria in guerra. Svolse il suo servizio militare prima tra Caprarola e Capranica nel viterbese e poi assegnato alla Compagnia Artiglieri di Torino. Nella città sabauda, coltivò le sue passioni per il canto, non perdendo uno spettacolo lirico al Regio torinese. Nei suoi diari di quegli anni, si legge e si vive come allora era l’Italia, con le paure e la speranza, con la certezza (del Duce) e le delusioni: la sera quando uscivano in libera uscita era una gioia gustarsi latte caldo e pane in una latteria e tanti anni dopo, papà portò anche noi in quel posto dove il latte sapeva di mucca e non di cartone.  Addetto alla batteria contraerea di Mirafiori raccontava come le “temibili” forze armate italiane puntassero i cannoni verso un lato delle colline torinesi, malgrado si sentisse chiaramente che gli aerei nemici stavano giungendo dal lato opposto.  L’ 8 settembre 1943 nel fuggi fuggi generale, quando indossare la divisa voleva dire esser sparato dai nazisti o deportato nei loro campi educativi, papà e Vittorio Covito (suo compagno d’armi di Castellammare di Stabia) trovarono rifugio presso la famiglia degli industriali Bona di Zumaglia nel biellese. Zio Giovanni e mamma Armida che ebbi la gioia di conoscere, nascosero papà e il suo amico nei primi terribili giorni del dopo armistizio. Pur rischiando la fucilazione, l’esempio dei Bona e di tanti altri italiani è qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare perché l’Italia, pur con tutti i suoi difetti, è anche questa. Papà, sempre nel suo diario, racconta che per ben due volte evitò il peggio. Quando da militare il suo reparto era stato assegnato alla Russia (ordine cambiato la sera prima) e quando furono avvisati di scendere al volo dal treno nei pressi della stazione di Santhià (Vercelli) perché dietro l’angolo erano appostati i nazisti pronti per accoglierli. Proprio da quel salto papà riportò una distorsione o forse una frattura le cui conseguenze non lo mollarono mai.

A Biella, i Bona gli trovarono un lavoro alla Piaggio dove papà segretamente, collaborò con i partigiani manomettendo i mezzi destinati all’industria bellica tedesca. Mi raccontava di quei giorni con naturalezza, quando sentivano i ripetuti colpi dei mitra e scorgere cadaveri a terra, di partigiani o repubblichini o semplici civili era la norma.  Papà trascorse anni meravigliosi in Piemonte. Devoto della Beata Vergine di Oropa volle che almeno uno dei figli, un giorno, avesse ricevuto un sacramento, proprio lì ai piedi della Madonna Nera. E fu così che mi cresimai a Oropa.

La mattina seguente il 25 aprile 1945, papà e Vittorio lasciarono quella terra davvero accogliente e intrapresero quel lungo viaggio verso casa. Giorni e giorni e lunghi tratti anche a piedi perché le ferrovie in quell’Italia martoriata erano a pezzi. Nessuno si aspettava che rientrasse e non oso pensare come reagì nonna Maria quando davanti la porta di casa video il figlio dopo tanti anni.

A Trapani, papà trovò lavoro, come geometra, presso l’Ufficio Tecnico del Comune. Nel ’46 conobbe mamma e nel 1950 si sposarono nella Cattedrale. A celebrare il rito fu il mitico Padre Sanacore, allora parroco di San Lorenzo che, nel 1951 e nel 1956, battezzò sia mio fratello Salvatore che me.

Da tradizione familiare dove l’arte è di casa, dipinse parecchi quadri ma non volle mai realizzare una mostra. Preferiva regalarli agli amici e ovviamente parecchi li conservo qui a Verona, così come le sue sculture in tela e colla (soggetti religiosi). A Trapani progettò i portali d’ingresso delle chiese di San Nicola e Santa Maria del Gesù, parecchi negozi e tra questi la Cantina Siciliana che definii il suo capolavoro ma il suo cuore rimase legato al Luglio Musicale e al suo grande amico, il maestro Giovanni De Santis. Del” Luglio” papà fu Direttore Tecnico e, sempre per la Villa Comunale, progettò, in stile tirolese e ispirata all’ opera lirica “La Wally” la palazzina uffici del Luglio e il bar nel cosiddetto “ boschetto nero “ che oggi versa in un deplorevole abbandono.

Da trapanese del centro storico (abitavamo in via Nunzio Nasi) fu un grande appassionato della processione dei Misteri. Fu console del gruppo “Gesù dinanzi ad Erode “quando questi fu curato dai Dipendenti Comunali e successivamente nel gruppo più antico “L’ Ascesa al Calvario “ .  Mi fu vicino nella realizzazione del mio sito dedicato alla processione e ricordò sempre che in quell’ambiente meno si dava e meglio era…se solo l’avessi ascoltato!

Altra sua grande passione fu il canto come baritono nel Coro delle Egadi dove militò per decenni e dove lanciò la celebre canzone siciliana “ U me sciccareddu “ che il grande baritono Gino Bechi  ascoltò , reinterpretò e incise in un 78 giri de “ La Voce del Padrone “.

Tra i suoi sogni rimase quello di vedere il suo Trapani Calcio in serie B e in quel verde prato di Cremona, in quel 12 maggio 2013 dedicai a lui quel sogno granata finalmente realizzato

Oggi, un secolo dopo, mi piace ricordarlo nella sua Trapani dove nacque e dove avrebbe voluto morire ma la fine lo colse a Palermo dove lo vennero a trovare in tanti, compresi quei meschini che oggi, nell’ambiente dei Misteri, ne calpestano la memoria e per i quali  è inutile spendere ulteriori commenti.

Tanti auguri papà mio. Festeggerai lassù il tuo secolo con la tua Rosetta e con tutti coloro che da lassù continuano a volerci bene.

Ti voglio bene mio eroe !

U nicu to Beppino

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Foto tratta dal sito www.trapaninostra.it 

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